• Chiara Cemmi

Lo Stalking


Il tema dello Stalking è veramente un tema molto complesso, di cui ho avuto modo di parlare e scrivere in diverse occasioni (per esempio, in un’intervista per il Festival della Criminologia, o ancora, nell’ambito delle investigazioni, attraverso la collaborazione con l’agenzia Dogma).


Dal punto di vista giuridico, lo stesso viene definito come reato di Atti Persecutori secondo quanto precisato nell’art. 612 bis del nostro Codice Penale, che testualmente cita:

“chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”.

Il testo di questo articolo è stato ed è a tutt’oggi oggetto di studio e di valutazione, oltre che di modifica (si pensi che solo a luglio dell’anno scorso, con l’introduzione della Legge 69 2019, il cosiddetto Codice Rosso, è stata apportata un’importante specificazione sul tema). E questo non può stupirci: col termine Stalking si intende racchiudere un fenomeno estremamente ampio e articolato e, pertanto, complesso da classificare e categorizzare.

Infatti, dello stesso risultano presenti diverse classificazioni (le più note in Italia sono, oltre a quella di seguito proposta, quelle di: Mohandie et al., 2006, Sheridan & Boon, del 2011 Zona et al. 1993; nel 2007 Spitzberg e Cupach hanno pubblicato un esaustivo articolo sull’argomento, nel quale hanno riportato una tabella dettagliata delle categorizzazioni presenti sul tema, situata a pagina 75), ognuna delle quali cerca di inquadrarlo nella propria complessità partendo dal presupposto comune, ossia che punto focale della distinzione tra un comportamento ripetuto e uno persecutorio è la percezione del destinatario del comportamento stesso, ossia il fatto che il comportamento ripetuto nel tempo sia non desiderato e/o possa essere vissuto come invasivo, spaventante, invalidante e simili (Mullen et a., 1997, 1999, 2009).


Da questa definizione, i criteri tendenzialmente utilizzati per distinguere le varie tipologie di comportamento persecutorio sono stati:

- Il tipo di relazione pregressa tra persecutore e vittima;

- La motivazione che spinge all’agito persecutorio;

- La presenza o meno di una psicopatologia.

L’unica classificazione, al momento, che utilizza tutti questi tre criteri contemporaneamente per distinguere varie tipologie di stalker fu quella proposta da Mullen e colleghi (1999, 2009), i quali individuarono cinque tipologie di stalker.


Il Rifiutato

In questa categoria rientrano tutti gli stalker che hanno avuto in passato una relazione molto personale e affettiva con la vittima, e la stessa, per qualsiasi motivo, si è interrotta prima dell’inizio dei comportamenti persecutori, pertanto vi fanno parte sicuramente gli ex-partner coi quali si è intrattenuta una relazione duratura, ma anche persone con le quali si ha avuto anche solo pochi rapporti di natura intima oltre che famigliari. La vittima è principalmente l’ex partner o il famigliare che si è allontanano, ma possono diventare vittime secondarie anche persone terze (come un nuovo compagno ad esempio), che possono essere vissute dal persecutore come oggettivi intralci ai propri obiettivi, o possono essere attaccate per far soffrire la vittima primaria.

In ogni caso, la motivazione che spinge a compiere atti persecutori può essere o il tentativo di riallacciare un rapporto oppure il vendicarsi per il rifiuto subito. A volte queste motivazioni possono coesistere. Pertanto, ciò che fa sì che il comportamento stalkizzante perduri nel tempo può essere sia un desiderio di mantenere una seppur distorta forma di vicinanza con la vittima, che il tentativo di portare avanti la propria rivalsa.

La natura specifica del legame presente tra vittima e stalker, correlata da un insieme di elementi emotivi molto forti, da un lato può difficoltoso spezzare il ciclo di comportamenti persecutori; dall’altro tuttavia consente una raccolta di informazioni sullo stalker stesso molto più dettagliata, che può permettere una quanto più possibile puntuale analisi del rischio.


Il Risentito

In questa categoria rientrano coloro che agiscono perché percepiscono di essere stati vittima di un’ingiustizia o di un’umiliazione.

Pertanto la vittima di tale tipologia è la persona o l’ente percepiti come causa di ingiustizia con le proprie azioni o perché rappresentate di un gruppo vissuto come oppressivo, per cui ritiene necessario agire spinto da un desiderio di vendetta. Stalker e vittima possono quindi sia essere conoscenti stretti che occasionali (come colleghi di lavoro).

Ciò che fa proseguire il comportamento di stalking è quindi il tentativo di essere risarcito dall’ingiustizia percepita e, sostanzialmente, di ottenere vendetta e/o “giustizia”.


Il Cercatore di Intimità

Chi rientra in questa categoria solitamente giunge da un contesto dove prevale un senso di solitudine, mancanza di affetti profondi come legami intimi o anche solo amicali.

Tipicamente la vittima pertanto è una persona estranea allo stalker stesso (come una figura pubblica o qualcuno incontrato casualmente) oppure un conoscente, con cui lo stalker ha pochi contatti (derivanti per esempio dall’ambiente di lavoro, o dalla vicinanza delle abitazioni). Il primo motivo che spinge lo stalker al proprio comportamento persecutorio è la ricerca di un contatto intimo con la propria vittima.

Ciò che permette di mantenere tale forma disfunzionale di comportamento è la presenza, nel persecutore, di ideazione immaginata o delirante della presenza di una relazione reale, anche quando non surrogata o addirittura negata da fatti concreti: la sensazione di avere finalmente un contatto intimo o amicale con la propria vittima risulta essere più gratificante e pervasiva dell’analisi concreta delle reazioni effettive della vittima stessa. Pertanto, si può affermare che il Cercatore di Intimità nutre una fissazione morbosa nei confronti della propria vittima.


Il Corteggiatore Incompetente

Come lo stalker Cercatore di Intimità, anche chi rientra in questa categoria arriva da un contesto caratterizzato da solitudine, ma a differenza del precedente, è spinto prevalentemente dal desiderio di instaurare una relazione intima con la vittima, che, anche in questo caso, è un estraneo o un conoscente. Ciò che caratterizza tale categoria è la modalità di approccio, rozza e inappropriata, con la quale si tenta di instaurare il legame.

Trattasi quindi di una categoria molto simile, per motivazione, a quella del Cercatore di Intimità; infatti anche in questo caso, spesso il persecutore è cieco ai segnali di rifiuto e di disagio che provengono dalla vittima. A differenza però del cercatore di intimità, il Corteggiare Incompetente spesso desiste e cessa i propri agiti persecutori quando non sopraggiungono risposte positive o quando lo stesso realizza che il proprio approccio non è desiderato, venendo infatti a mancare il criterio di presenza di ideazioni morbose, patologiche.


Il Predatore

Nell’ultima tipologia, la meno rappresentata perché la più difficile da rilevare, agisce spinta da interessi sessuali devianti e pratiche inusuali. Tendenzialmente la vittima è una persona estranea (tipicamente una donna o un minore, più raramente una figura di dominio pubblico), fatto questo che rende sovente difficile l’individuazione dello stalker qualora agisca soprattutto in forma anonima. Spesso inoltre, la vittima può non accorgersi di essere oggetto di interesse di un Predatore e rendersi conto delle attenzioni non richieste solamente a seguito di un eventuale agito violento.

La motivazione sottostante pertanto è il desiderio di prepararsi ad un attacco, solitamente di natura sessuale: non quindi la ricerca di una relazione, ma un agito che parte già di partenza con una carica di violenza e di prevaricazione sull’altro.

Ciò che fa sì che il comportamento sia mantenuto nel tempo è il piacere che il predatore percepisce da atti di voyeurismo, dall’immaginare e pianificare il futuro attacco e dal senso di potere e di onnipotenza che scaturisce dall’idea di avere il controllo sul destino delle proprie vittime ignare.

Conoscere e riconoscere queste categorie è molto importante: da un lato, rende alle vittime di stalking, di qualunque tipologia, il diritto a riconoscersi come persone soggette a un comportamento persecutorio, che possono quindi esperire tutte il disagio e anche una sofferenza concreta per questa situazione (Nobles et al., 2014; Khader e Chan, 2020) e che hanno quindi il diritto di chiedere e ottenere supporto; dall’altro ogni specifica categoria ha degli specifici fattori di rischio, conoscerli può aiutare a limitare e prevenire agiti e ripercussioni più gravi.




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Fonti: Boon, J.C.W., & Sheridan, L. (2001). Stalker Typologies. A law enforcement perspective. Journal of Threat Assessment, 1, 75-97.


Khader, M., & Chan, S. (2020). Unwanted attention: a survey on cyberstalking victimization. In O. Chan & L. Sheridan (Cur) Psycho-criminological approaches to stalking behavior: an international perspective (pp. 77-114). John Wiley & Sons Ltd.


Mohandie, K., Meloy, J.R., McGowan, M.G., & Williams, J. (2006). The RECON typology of stalking: reliability and validity based upon a large sample of North American stalkers. Journal of Forensic Sciences, 51, 147-155


Mullen P.E. (1997). Disorders of passion. In Bhugra D., & Munro A. (Cur), Troublesome disguises: underdiagnosed psychiatric syndrome (pp. 127-167). Blackwell Ed.


Mullen P.E., Pathe M., & Purcell R. (1999) Study of stalkers. In Am J Psychiatry, 156, 1244-1249.


Mullen P.E., Pathe M., & Purcell R (2009). Stalkers and their victims. Cambridge Press.


Nobles, M.R., Reyns, B.W., Fox, K.A., & Fisher, B.S. (2014). Protection against pursuit: a conceptual and empirical comparison of cyberstalking and stalking victimization among a national sample. In Justice Quarterly, 31, 986-1014.


Spitzberg, B.H. & Cupach, W.R. (2007). The state of art of stalking: taking stock of the emerging literature. In Aggression & Violent Behavior, 12, 64-86.


Zona, M.A., Sharma, K.K., & Lane, J., (1993). A comparative study of erotomanic and obsessional subjects in a forensic sample. Journal of Forensic Sciences, 38, 894-903.


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