• Chiara Cemmi

Ansia o Panico?


Può capitare spesso di sentir parlare indistintamente, in gergo comune, di ansia o di panico, come se fossero sinonimi o fossero termini interscambiabili.

Di fatto, le esperienze dell’ansia e del panico possono effettivamente essere compresenti, ma se è vero che chi prova panico sta sperimentando un forte ed estremo stato ansioso, non è altrettanto vero che chi prova ansia sia destinato a sperimentare il panico nella propria vita.


Nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), manuale principalmente utilizzato da medici e psicologi, troviamo infatti una macro categoria di disturbi (o, come preferirei definirli, di possibili esperienze di malessere e sofferenza), chiamata disturbi d’ansia, nella quale sono presenti diverse sotto-categorie, ossia diverse possibili modalità in cui l’ansia, lo sperimentare uno stato di allerta per un ipotetico pericolo futuro (come definita anche in un precedente articolo qui riportato), si manifesta.

Alcune di queste modalità si mostrano prevalentemente in età infantile, ma possono avere effetti anche in età adulta (come il disturbo d’ansia da separazione o il mutismo selettivo), altre sono invece più tipiche dell’età adulta. Queste ultime sono state classificate nel seguente modo (DSM-5; Black & Grant, 2014/2015):

- Disturbo d’Ansia Generalizzato (DAG);

- Disturbo di Panico;

- Fobia specifica;

- Disturbo d’Ansia Social (o Fobia sociale);

- Agorafobia.

Oltre a queste, sono anche presenti altre possibili manifestazioni del più ampio fenomeno dell’ansia (come il disturbo d’ansia indotto da sostanze/farmaci, dovuto ad altre condizioni mediche o ancora con altra/nessuna specificazione).


Il Disturbo di Panico

Il Panico, quindi, è una forma estrema e molto debilitante di un’esperienza d’ansia. Esso viene definito come l’aver vissuto più di un attacco di panico, ossia più di un episodio in cui si è percepita (come da definizione del DSM) la “comparsa improvvisa di paura o disagio intensi che raggiunge il picco in pochi minuti, periodo all’interno del quale devono verificarsi almeno 4 dei seguenti sintomi:

- Palpitazioni o tachicardia;

- Sudorazione;

- Tremori o grandi scosse;

- Dispnea o sensazione di soffocamento;

- Sensazione di asfissia;

- Dolori o fastidio al petto;

- Nausea o disturbi addominali;

- Sensazione di vertigine o svenimento;

- Brividi o vampate di calore;

- Parestesie (come sensazioni di formicolio, intorpidimento, prurito, etc.);

- Derealizzazione o depersonalizzazione (ossia dalla sensazione di essere scollegati dal proprio corpo o dai propri processi mentali, come se ci si percepisse scollegati dall’ambiente circostante o si stesse osservando la propria vita dall’esterno);

- Paura di perdere il controllo o impazzire;

- Paura di morire.”


L’esperienza di un attacco di panico è estremamente intensa e spaventante: non è infrequente che la prima volta si esperisca tale sintomatologia, si abbia il terrore di avere una patologia organica, come ad esempio un infarto.

Questo comporta che il periodo che intercorre tra un attacco e l’altro è vissuto con intensa preoccupazione, per la possibile insorgenza di altri attacchi.

L’esperienza vissuta, le cui cause originarie sono complesse da rintracciare autonomamente, può portare a instaurare un cosiddetto "circolo vizioso del pensiero" (Clark, 1986).


Secondo tale circolo, la mente tende ad associare un evento potenzialmente ansiogeno (il Fattore Scatenante, simile al contesto in cui ho sperimentato il primo attacco), che mi provoca spavento/ansia, a sintomi fisici di malessere, che confermano la mia ansia iniziale e mi portano ad aumentare sempre di più il mio livello di attivazione, fino ad arrivare al vero e proprio attacco di panico.


Questo circolo vizioso, qualora non venga opportunamente “spezzato”, può portare a modificare il proprio stile di vita: si cercherà infatti di attuare comportamenti che portino a evitare situazioni simili a quelle in cui si è sviluppato l’attacco (con possibili anche gravi ripercussioni sul proprio funzionamento, sulle attività sociali e/o lavorative).


Come posso tutelarmi.

Spesso l’esperienza di panico è così intensa, al punto che diventa difficile per la persona cogliere cosa l’abbia concretamente scatenata e ancora più complesso uscire dal “circolo vizioso”.

Essendo uno dei disturbi d’ansia, valgono le indicazioni generali di seguito riportate:

Tuttavia, è estremamente importante andare a lavorare sui processi cognitivi (di pensiero) ed emotivi che questi attacchi comportano, questo al fine di:

  • Imparare a riconoscere e “a dirsi” quando si prova ansia e come si manifesta, sia a livello corporeo, sia nei processi di pensieri e anche a livello emotivo, così da dare un nome a un evento fino a quel momento poco comprensibile;

  • Apprendere abilità che ci permettano di fronteggiare l’attacco di panico e tecniche di rilassamento per gestirlo nel qui ed ora, per migliorare le nostre possibilità di affrontare le situazioni temute, lavorando dapprima in immaginazione (e in un luogo sicuro) e poi nella vita di tutti i giorni;

  • Lavorare per modificare i processi di pensiero che mi portano al circolo vizioso e, soprattutto, per modificare l’esperienza emotiva sottostante, elemento questo che permette una rielaborazione degli eventi meno disturbante.

Questo è quanto ci si prefigge di fare in un percorso terapeutico CBT (Cognitive Behavioral Therapy, Terapia Cognitiva Comportamentale).

La CBT, per quanto riguarda i disturbi d’ansia, è stata riscontrata avere una buona possibilità di dare esito positivo, come rilevato anche da recenti ricerche (Bilet et al., 2020; Gulpers et al., 2020; Yang et al., 2019).


Per qualsiasi informazione, dubbio o per come implementare i propri strumenti per far fronte a questo periodo, non esitare a contattarmi!



Fonti citate:

A.P.A. (2013). Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali DSM 5, (5° ed.). Raffaello Cortina Editore.

Bilet T., Olsen T., Andersen J.R. et al. (2020). Cognitive behavioral group therapy for panic disorder in a general clinical setting: a prospective cohort study with 12 to 31-years follow-up. In BMC Psychiatry 20. DOI: 10.1186/s12888-020-02679-w.

Black D. W., & Grant J. E. (2015). DSM-5 Guidebook. Edizione italiana. (Zennaro A. Trad.) Raffaello Cortina Editore. (Originariamente pubblicato nel 2014).

Clark D.M. (1986). A cognitive approach to panic. Behavior Research Therapy. 24; 461-470.

Gulpers B., Voshaar R.O., Kampam M., Verhey F., Van Alphen S., Hendriks G.J. (2020).The impact of personality pathology on treatment outcome in late-life panic disorder. In Journal of Psychiatric Practice, 26, 164-174.

Yang Y., Lueken U., Richter J., Hamm A., Wittmann A., Konrad C., et al. (2019). Effect of CBT on biased semantic network in panicdisorder: A multicenter fMRI study using semantic priming. In The American Journal of Psychiatry,177, 254–264.

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